Il problema malthusiano e la civiltà occidentale

La crisi economica e il problema Malthusiano

La situazione di crisi economica e sociale generalizzata che stiamo vivendo da 2 anni a questa parte spinge molti “scontenti” a decretare l’imminente fallimento del capitalismo e di tutte le efferatezze da esso commesse auspicando l’instaurazione di una società finalmente più giusta.
Articoli, commenti, riflessioni il linea con tale opinione non si contano ormai più. A mio avviso c’è però un grosso “buco” in tutte queste esternazioni. Innanzi tutto la fine del sistema socioeconomico attuale non prelude necessariamente ad un sistema migliore. In secondo luogo nessuno sembra saper spiegare le cause precise di tale fallimento, ci si limita ad un’ostentazione standardizzata di scontentezza ed antagonismo piuttosto tipica negli ambienti “radical chic”.
Per quel che mi riguarda i sistemi moderni come il capitalismo e il socialismo in tutte le loro varianti hanno avuto come scopo quello di risolvere il problema “malthusiano”. Thomas Robert Malthus (1766 – 1834) riteneva che la popolazione cresce con progressione geometrica mentre le risorse con progressione aritmetica, rendendo la povertà un destino ineluttabile. Fornire aiuti economici ai poveri significa permettere loro di riprodursi ulteriormente raggiungendo la povertà magari più avanti nel tempo. Il destino dell’umanità sarebbe quindi la sovrappopolazione.
L’economia moderna vuole smentire questa tesi cercando di mobilitare tutte le risorse disponibili onde salvare la popolazione dalla povertà. In fin dei conti tutti i sistemi socioeconomici moderni pretendono di risolvere il problema della povertà meglio di altri.
Quello che economisti, “antagonisti”, sostenitori e detrattori dei vari sistemi fanno fatica a percepire è il concetto di limite: la tecnologia e l’economia non fanno altro che “spostare” il limite, mentre l’uomo comune persegue imperterrito il raggiungimento e il superamento di tale limite.
L’accento posto da parte dei movimenti di protesta sul degrado civile e morale e sui sistemi sociali ed economici tende a far ricadere la responsabilità del fallimento sull’insufficienza delle soluzioni proposte. Si trascura invece la causa del problema.

Il problema Malthusiano e le sue cause

Gli antropologi sanno che non tutte le culture e le civiltà hanno come fine il raggiungimento o il superamento del limite, solo le civiltà giunte ai nostri giorni ne sono state capaci. Le civiltà che dominano attualmente il pianeta occupandone tutto lo spazio disponibile sono quelle che si sono dotate di religioni e ideologie che hanno indotto comportamenti che hanno portato alla sovrappopolazione e alla povertà. Molte di queste religioni e ideologie propongono la crescita, il lavoro ma anche la sofferenza e la passione come fini perseguibili. Prendiamo per esempio la civiltà Cristiana: la storia d’Europa è un susseguirsi continuo di fasi di sovrappopolazione seguite da catastrofi malthusiane. La catastrofe malthusiana si manifesta con il collasso delle condizioni alimentari e igieniche e l’avvento di guerre, epidemie e carestie. Quando gli europei non hanno avuto a disposizione aree geografiche da occupare con i propri eccessi demografici, si sono ammazzati tra di loro. Tra 1500 e 1600 hanno invece avuto a disposizione il continente americano. Armati di Spada, Crocifisso e Bibbia si sono adoperati nello sterminio delle popolazioni precolombiane. Hanno sostituito civiltà sostanzialmente equilibrate come quelle degli Inca e degli indiani dell’America del nord con la propria, fondata sulla povertà e sulla sofferenza. I cuginetti musulmani non sono stati certo da meno, ma d’altronde le civiltà indiana e cinese cosa hanno fatto per secoli se non riempirsi di miseria e sovrappopolazione?

L’esportazione del problema Malthusiano

Quando gli europei sono arrivati in America, l’Europa aveva già alle spalle una lunga storia di guerre, stermini, epidemie e carestie, basti pensare alla crisi del 1300, quando una volta di più gli europei erano diventati troppi per le risorse disponibili. Nel 1500 l’America del nord (escluso il Messico) aveva all’incirca 15 milioni d’abitanti, gli Indiani d’America costituivano una civiltà più o meno ordinata e in armonia con la natura, essere “poveri” in quelle condizioni era praticamente impossibile. I primi coloni europei (francesi e inglesi) provavano rispetto e ammirazione per la loro società e il loro stile di vita. In America del sud alcuni individui illuminati al seguito della spedizione di Pizarro alla conquista dell’impero Inca provarono vergogna per quello che stavano perpetrando gli spagnoli. Una sistema ordinato che alcuni considerano precursore dello stato socialista, dove i cittadini erano addirittura tenuti a prestare servizio civile per far funzionare i servizi comuni, venne spazzato via da avidi conquistatori, che in Europa probabilmente erano dei mezzi straccioni, e sostituito da una specie di “impero del dolore”, il cui principio fondante si è mantenuto fino ai giorni nostri, visto che l’intero continente è pieno di favelas che brulicano di miseria e sofferenza. È difficile immaginare una situazione ribaltata, in cui gli Indiani d’America o gli Inca, dopo aver occupato interamente il proprio territorio ed esaurito le risorse, si lanciano alla conquista e all’invasione del vecchio mondo. Si trattava di culture con un altro concetto di esistenza e di rapporto con la realtà fisica.

Il problema malthusiano e il darwinismo sociale

Nella nostra cultura il “problema malthusiano” viene in genere concepito come come qualcosa di inesorabile e naturale. Si tratta di un’opinione corretta? Si e no! Come già sostenuto, ci sono state e ci sono delle civiltà che con il loro sistema di pensiero hanno imposto la crescita senza fine e la creazione di povertà. Altre invece no, queste ultime d’altro canto sono state rimpiazzate dalle prime. Perché? La risposta ci viene dal principio della massima potenza. Le civiltà ordinate e sostenibili non hanno avuto la forza militare di contrastare quelle che invece si sono spinte oltre i propri limiti naturali. Gli indiani e gli Inca non hanno avuto la forza di contrastare l’aggressione europea. Il superamento del limite, l’esaltazione della sofferenza e della povertà, produce aggressività da scaricare sul prossimo, genera potenza militare favorita anche dal numero, cioè dal fattore quantitativo. Esiste quindi un fenomeno di “darwinismo sociale”, di selezione naturale applicata ai gruppi di individui, che ha favorito le grandi civiltà dei carnefici.

L’occidente contemporaneo e il problema malthusiano

La civiltà occidentale contemporanea è riuscita in parte a risolvere il problema malthusiano, o almeno ce ne ha dato l’illusione. Scienza e tecnologia hanno permesso agli occidentali di contrastare la povertà cercando di mobilitare tutte le risorse disponibili. Le soluzioni proposte sono però incomplete. Innanzi tutto la crescita demografica non è stata arrestata anzi in parte ne è stata incentivata l’esplosione. In secondo luogo le misure messe in atto non hanno prodotto un tenore e uno stile di vita indiscutibilmente migliore. Alla Fame e al freddo sono subentrati stress e inquinamento, risultato della necessità di alimentare il sistema con il lavoro, e dei residui prodotti dalla trasformazione delle materie prime e delle fonti di energia in benessere tangibile. Senza contare che l’alimentazione del benessere occidentale non ricade più sulle spalle degli occidentali stessi ma sul resto dell’umanità, avendo i primi esaurito le proprie risorse. Se è giusto ritenere che in una grande metropoli occidentale si vive meglio che in una favelas brasiliana o nelle campagne europee preindustriali, è lecito ritenere che quei 15 milioni di indiani che da soli si spartivano tutto il nord America, con tutte le sue risorse, se la passassero comunque meglio di tutti, e senza pesare sul prossimo. Infine, il benessere occidentale è basato sull’illusione che le risorse che lo alimentano siano inesauribili, basti pensare ai combustibili fossili. La crisi economica e sociale del primo decennio del ventunesimo secolo deriva dal raggiungimento, ancora una volta, del limite fisico alla crescita economica e demografica.

La crisi malthusiana e la grande occasione

Dando per scontato che l’umanità abbia raggiunto il limite fisico alla propria crescita, si osserva tuttavia che la crisi attuale presenta delle novità rispetto alle precedenti. Innanzi tutto il problema è globale, riguarda l’umanità intera. Non esiste un luogo dove scaricare il risultato dei propri errori, l’umanità può scegliere di suicidarsi o cambiare. Non ci sono dei continenti da sottrarre ai rispettivi abitanti, come l’America nel cinquecento. Lo sviluppo tecnologico inoltre smentisce la teoria per cui una civiltà che teorizza il superamento del limite come fine possa prevalere militarmente, grazie al fattore demografico-quantitativo, sulle civiltà più sostenibili e ordinate. La tecnologia rende infatti i grossi eserciti superflui, basti pensare al principio della “mutua distruzione assicurata”, alla base dell’equilibrio tra potenze nucleari. I sistemi di pensiero che stimolano la crescita demografica e l’espansione con il loro corollario di esaltazione di passione, sofferenza e fatica, come le grandi religioni e le grandi ideologie, hanno sempre meno ragion d’essere, possono solo avvicinare l’umanità all’apocalisse.

Tutto ciò offre la possibilità ai sistemi di pensiero costruiti attorno al concetto di ordine, sostenibilità e serenità di prendersi la loro rivincita.
Ovviamente tale rivincita è solo uno degli scenari possibili, e forse il più improbabile.

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